A Harbour Town

A Harbour Town (2013) – Dean Kavanagh  ⇒ English version at the bottom

A Harbour Town si manifesta fin da subito come un’opera misteriosa e affascinante, un viaggio profondamente coinvolgente nella quotidianità di alcuni abitanti di una piccola città costiera.

Un ragazzo si occupa della casa, spazza il cortile, passeggia per la città; due oscuri individui, presumibilmente cacciatori, si addentrano nella foresta armati di fucile; un uomo all’apparenza bizzarro ed enigmatico (Rouzbeh Rashidi) esamina accuratamente l’ampio salone di un edificio quasi volesse cogliere l’essenza profonda della realtà in cui si trova relegato; un altro uomo percorre le vie della città come alla ricerca di qualcosa o qualcuno; una ragazza si intrattiene con un’amica all’interno di una casa, da cui sembra impossibilitata ad uscire.

La rappresentazione non si avvale mai della parola e quando i personaggi si esprimono verbalmente non ci è dato sapere cosa essi dicano. Il cinema di Kavanagh, infatti, è fortemente ermetico, fatto di sguardi, incognite senza spiegazioni, di pura contemplazione, un cinema che va avvertito con l’animo più che visto. Così, anche l’identità reale degli abitanti appare avvolta nel mistero: sono vivi o solo delle presenze astratte, reminiscenze di quelli che furono gli abitanti della città? Appaiono, infatti, intimamente legati al luogo come se fossero delle proiezioni di esso più che delle persone in carne ed ossa.

La città costiera risulta essere il motore di tutto, la fonte eterna da cui emergono individui immanenti ad un luogo che li trascende, destinato ad esistere per sempre, fabbricando incessantemente ricordi dalle sembianze umane. L’ambientazione sopperisce alla mancanza di dialogo dei personaggi: tra l’asetticità generale dei loro misteriosi riti quotidiani, vibra e risuona la natura intrinseca del luogo, la vegetazione, l’acqua, il vento, lo scrosciare della pioggia, la luce naturale del sole e quella artificiale dei lampioni.

Da tutto ciò appare chiaro come Kavanagh non voglia raccontarci una storia, la storia di questi ambigui personaggi, ma farci vivere un’esperienza intensa avvolgendoci nella misteriosa ed oscura atmosfera che permea l’intera città e le anime che la abitano. Kavanagh ci offre, così, una visione folgorante di una realtà sospesa in uno spazio e un tempo indefinibili, in bilico tra il reale e l’immaginario. Il titolo stesso, “Una città portuale”, evoca una condizione non vincolata a un luogo specifico né a persone ben delineate, in modo che la realtà rappresentata sia espressione dell’intera umanità e non solo di una singola parte.

A-Harbour-Town

Voto: ★★★★☆

English version

A Harbour Town since the beginning manifests itselfs a mysterious and fascinating work, a deeply involving journey into the everyday life of some inhabitants of a small costal town.

A boy looks after the house, sweeps the yard, walks around the city; two unknow individuals, presumably hunters, go into the forest armed with rifles; an apparently bizarre and enigmatic man (Rouzbeh Rashidi) carefully is examining the large living room of a building as if he wants to catch the profound essence of the reality that surrounds him; another man is going  all over the city apparently looking for something or someone; a girl is speaking to a friend in a house from where she seems unable to get out.

The representation never uses words and when the characters speak we don’t know what they say. Kavanagh cinema is indeed very hermetic, made by glances, unresolved questions, pure contemplation. It’s a cinema that is experienced with the soul rather than the sight. So even the real inhabitants identity appears shrouded in mystery: are they alive or just abstract appearances, reminiscences of the old city inhabitants? In fact they appear to be very connected to the place, as if they were its projections and  not real people.

The coastal city is at the end the engine that makes everything move, the eternal source from which individuals emerge immanent to a place that transcends them. Existing forever is the fate of the city; it will keep forever creating   memories with human appareances. The movie setting makes up for the lack of character dialogues: on the background of the general sterility of their daily mysterious rituals, the intrinsic nature of the place, vibrates and resonates with the vegetation, the water, the wind, the roar of the rain, the natural sun light and the artificial light of the street lamps.

From the previous considerations it turns out  that Kavanagh doesn’t want to tell a story about these shady characters; he makes us live an intense experience, by putting us in the mysterious and dark atmosphere that permeates the entire city, and the souls who leave there as well. This way  Kavanagh offers us a dazzling vision of a reality hanging both in an undefined space and  time, in balance between the real and the imaginary. The title itself, “A Harbour Twon”, evoks a condition not bound to a specific place or people, so that the reality is an expression of all humanity and not only of a single part of it.

Rating: ★★★★☆

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2 comments

  1. Rimango sempre basito vedendo come tutti questi blog cerchino di rimasticare le dinamiche linguistiche portate da Cazzin per scrivere pezzi su pezzi su pezzi in cui, alla fine, non c’è davvero scritto alcunché. Si poteva scrivere questo pezzo senza nemmeno averi visto il film. Forse è vera la storia che dice che si cucca ancora parlando di cinema.

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