The Hateful Eight

The Hateful Eight (2015) – Quentin Tarantino

Con The Hateful Eight si ha come la sensazione che Tarantino abbia realizzato il suo Cavallo di Torino: opere definitive, come massima (es)tensione della poetica di ciascun autore, in cui l’Immagine implode e la catarsi viene interiorizzata, poiché fuori(campo) non (r)esiste più alcuna possibilità di salvezza, di liberazione. Per assurdo, allora, The Hateful Eight è una pellicola “post-tarantiniana”, nella stessa misura in cui Maps to the Stars è una pellicola “post-cronenbergiana”; entrambi, in un certo senso, risultano lungometraggi spettrali, ectoplasmatici, post-apocalittici, di corpi-attori che mentono un’ultima volta prima di morire del tutto, intrappolati nell’Immagine – nel quadro visuale – come fosse l’unico rifugio possibile; una wunderkammer come ultimo spazio, palcoscenico in cui esibire la teatralità recitativa di questo conclusivo spasmo cinematografico. Quindi, corpi-attori che continuano a recitare meccanicamente, in maniera roboticamente “spettacolare”, che protraggono per inerzia il loro ruolo come terminale atto teatrale, gesto artificioso, di un Cinema che, (s)finito perché troppo consumato, perché troppo “cinematizzato”, palesa la propria finzione come fosse un riflesso motorio involontario, nonché una contrazione finale. The Hateful Eight è un film fantasmatico anche perché è il solo film di Tarantino in cui questi “fastasmi” non hanno una precisa collocazione storica poiché vagano ai bordi della storia (o Storia), trascinandosi, appunto, tra una storia e l’altra. The Hateful Eight è il film-spartiacque per antonomasia dell’autore statunitense, proprio per questo, il più incapito; il più frainteso perché, estremizzando un discorso di trieriana sincerità, Tarantino prima di non tradire il pubblico, pensa a non tradire se stesso, ecco perché The Hateful Eight è un film tarantiniano al 100%. La suddetta pellicola è il lavoro del regista americano più stratificato, complesso e contratto: una sorta de Le Iene che incontra Dieci Piccoli Indiani di Agatha Cristhie, intriso di hitchcokiane e carpenteriane “tensioni filmiche”. Insomma, un’opera a più livelli: da thriller a western, da pulp a noir, da horror a giallo. In The Hateful Eight è interessante il discorso sull’impostura che Tarantino mette in scena: le sagome e i corpi come raffigurazione della menzogna diegetica, in cui converge il punto di vista dello spettatore. Sagome e corpi, allora, come manifestazione visibile della bugia narrativa, in cui confluisce quest’ultima, che risultano perennemente in campo, inquadrati, con la particolarità di risultare out focus. Ecco cos’è l’inganno nell’ottavo film di Tarantino: qualcosa che è (sempre) presente nell’immagine, che è inquadrato, onnipresente; ma è irriconoscibile, indistinguibile perché fuori fuoco. Per assurdo, nella suddetta opera, più si vede, più si capisce che è menzogna, che è messinscena, e la “recita” diventa ovvia, ostentata, paradossale. Non c’è spazio per l’intuizione, poiché, come già scritto poc’anzi, il punto di vista del pubblico converge direttamente ed unicamente nelle sagome dei personaggi – i quali sbandierano l’ambivalenza diegetica del film – che sono la rappresentazione fisica e palese dell’inganno. Di conseguenza, non c’è ambiguità formale, non c’è ambiguità nelle immagini – se non quella puramente narrativa -, poiché essa risulta troppo esibita – un po’ come la falsa lettera (non) scritta da Lincoln -, “inflazionata”, annullando, di conseguenza, la sua potenzialità stimolante. Ecco perché lo si potrebbe definire, in un certo qual modo, come un film anti-percettivo, anti-shyamalaniano. Un’altra constatazione doverosa va fatta in merito al lavoro sull’illuminazione. Tarantino utilizza e sfrutta la luce in maniera magistrale, chirurgica ed estasiante, come mai aveva fatto prima d’ora. Sembra quasi, attraverso la luce, creare una sorta di luminosa scacchiera ipotetica in cui posizionare – e far muovere lentamente – le sue pedine.

In conclusione, The Hateful Eight risulta essere il film più maturo ed autoriale dell’autore di Inglourious Basterds, nonché quello più “perfetto”, completo e consapevole. Un punto d’arrivo.

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Voto: ★★★★/★★★★★                                                                                  – di Manuel Piras –

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