Hypnosis Display

Hypnosis Display (2014) – Paul Clipson   ⇒ English version at the bottom

Hypnosis Display, primo e unico lungometraggio di Paul Clipson, è un’opera estremamente ardua da analizzare, quasi indicibile. Tale ineffabilità, sia chiaro, non è dovuta all’asetticità del contenuto, ma al contrario, a una sua un’abbondanza, a un sovraccarico di informazioni visive che con la loro potenza tramortiscono lo spettatore conducendolo in uno stato di annichilamento estatico, di ipnosi da sogno. Questo assoggettamento visivo, se da un lato si mostra estenuante, dall’altro ridesta la mente, rafforza l’anima e scuote il corpo segnando in modo definitivo l’esistenza dello spettatore. Non si può rimanere indifferenti a Hypnosis Display, è un’opera che penetra in profondità nello spettatore, che tocca gli angoli più remoti della persona. Hypnosis Display va oltre ogni concezione di cinema pensata fino ad ora, ancorato a schemi e rappresentazioni precostituite: è rivoluzione cinematografica, distruzione e costruzione, rifondazione, libertà espressiva. Puro immaginario.

Ciò a cui assistiamo è un atto creativo.

Clipson dipinge la realtà, la nostra realtà, e lo fa ripercorrendo i sentieri primordiali che l’hanno edificata. Mostra per prime enormi distese d’acqua che si riversano su se stesse, rappresentazione della natura nella sua essenza più pura e originaria, potenza distruttiva e costitutiva. Continua poi, in primo piano, con gocce d’acqua sulle foglie, spostando rapidamente lo sguardo sui dettagli della vita vegetale, costituita da fiori, alberi e interi boschi, nella freschezza prima e decomposizione poi: la natura nell’atto di vivere e di esistere. Progressivamente all’ambientazione naturale si sostituisce quella artificiale. L’occhio filmico di Clipson si posa sulle costruzioni architettoniche, dalle scale ai ponti, fino a quelli più complessi come grattacieli mastodontici, che in tutta la loro perfezione geometrica tendono in alto, verso l’infinito del cielo. L’ambientazione urbanistica si fa sempre più preponderante, alla skyline interminabile si sovrappongono ingorghi stradali, pali dell’elettricità, rotaie, lampioni e strade. In questa danza osmotica di immagini metropolitane si intravedono figure umane che appaiono come ombre, presenze spettrali indefinite, che si muovono e si sfiorano in un ambiente imprigionante, opprimente. Allora non resta che fuggire per riacquistare la vitalità soppressa da una pienezza asettica che annichilisce. Questo è ciò che fa la ragazza (figura femminile presente anche in altre opere del regista come espressione della natura e della vita): evadere. Ella si allontana da una realtà urbana svuotata da un affollamento di non vita e si dirige in una spiaggia, lasciandosi trasportare dal richiamo vitale del mare e dalla luce salvifica del sole che irradia ogni cosa, risplende e trasfonde forza. Così, la ragazza riprende consistenza, gli occhi riacquistano la vi(s)ta, le labbra il colore, le mani il candore, i capelli la lucentezza.

Un processo di rinascita che fluisce attraverso una serie incessante di sovrapposizioni di immagini che in una dinamicità perturbante risucchiano magneticamente lo spettatore all’interno del film, rendendolo parte integrante dell’opera. Visioni eteree ripercorrono i sentieri della memoria, ridestano i ricordi della vita passata che la mente ha fissato nel profondo, in modo da innescare quell’emozione del nostalgico che produce la sensazione di essere bloccati in un momento eterno, tra il ricordo e il sogno. Una catarsi mnemonica. Uno stream of consciousness visivo. La cinepresa diviene l’estensione materiale dei sensi tramite la quale percepire e cogliere la realtà così come appare nei sogni, ricordi ed emozioni. Frammenti di un’esistenza remota emergono dalle profondità dell’inconscio in un perenne rammemorare attraverso uno sfarfallio di immagini, che si susseguono in una realtà metropolitana finalmente (ri)accesa dalle luci notturne delle automobili e dalle insegne luminose, per poi accartocciarsi su stesse fino ad implodere in un finale liberatorio che riporta alla distesa d’acqua primordiale, ora pacificata, da cui tutto ha avuto inizio.

Hypnosis Display è un’opera immaginifica che ridefinisce la grammatica filmica, riscrive il linguaggio cinematografico, così come concepito, divenendo fondante per il cinema. Esso segna il raggiungimento di tutto ciò a cui il cinema aspira e deve tendere nella sua essenza ontologica. Un punto fermo da cui partire.

Voto: ★★★★★

English version

Hypnosis Display, which is the first and only one full-length film created by Paul Clipson, it’s a very difficult work to analyse, almost inexpressible. By the way such inexpressibility is not due to a lack of content, but, on the contrary, to an abundance of it, a visual information overload that stuns the spectator with its power, accompanying him to an ecstatic annihilation status, a dream hypnosis. This visual subjugation, although it is wearying, reawakens the mind, strengthens the soul and shakes the body, changing definitively the spectator’s life. You can’t remain indifferent to Hypnosis Display: it’s a work that deeply penetrates the audience and tugs their heartstrings. Hypnosis Display is beyond any traditional idea of cinema anchored to pre-established methods and representations: it’s a cinematographic revolution, a demolition, and a building at the same time, a refounding, freedom of expression. Pure imagination. 

What we witness is a creative act.

Clipson paints the reality, our reality, by retracing the primordial paths that built it. He shows at the beginning huge expanses of self-falling out water, which is a representation of the nature in its unaltered and genuine essence, a deconstructive and constructive power. After he goes on showing in foreground drops of water on the leaves, moving quickly the look at the plant life details, made of flowers, trees and entire woods, from their freshness to their decay: the nature caught in the act of living. Gradually the natural setting is replaced by the artificial one. Clipson directs his filmic eyes to the architectural buildings, from the stairways to the bridges, until the more complex constructions, like the enormous skyscrapers, which with their geometrical perfection stretch out upwards, toward the infinite sky. The urban setting becomes more prevalent, traffic jams, electrical towers, streetlights, and roads overlap the endless skyline. During this osmotic dance of the metropolitan images, you glimpse human figures, appearing like shadows, ghostly presences, that move around and near-touch in an oppressive and blocking space. Then the only thing to do is run away to recover the vitality oppressed by an annihilating aseptic fullness. This is what the girl does (it’s a female figure acting as an expression of the nature and the life in other Clipson’s works): she escapes. The girl walks away from an urban reality, which is empty despite the non-life crowding, and heads to a beach, letting the vital sea call and the saving sun light, that irradiates everything, shines and gives strength, carry her. So, the girl recovers her vitality, her eyes can see again, the lips turn coloured, the hand white, her hair glossy.

It’s a rebirth process that flows through a constant series of overlapping images: they magnetically attract with an upsetting dynamism the spectator into the film, making him an integral part of that. Heavenly visions travel through the memory paths, awake the remembrances of the past life, that the mind has fixed internally, triggering this way the nostalgic emotion that generates the feeling of being suspended in an eternal moment, between the memory and the dream. It’s a mnemonic catharsis, a visual stream of consciousness. The camera turns into the senses material extension, by which it’s possible to perceive and understand the reality like it appears in the dreams, memory, and emotions. Remote life fragments emerge from the depths of subconscious in a continuous reminding caused by the flickering of the images, that follow one another in a metropolitan reality finally (re)lit up by the car night headlights and the neon signs, which at the end crush themselves until the ending liberating implosion that brings us to the primordial water extent, now reconciled, where it all began.

Hypnosis Display is an image creating work, that redefines the film grammar and rewrites its language, as we know it, laying the foundation of a new cinematography.  It marks the achievement of what the cinema aspire and must tend to in its ontological essence. It’s an anchor where to start from.

Rating: ★★★★★

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