2016

Safari

Safari (2016) – Ulrich Seidl

CINEMA CONTRO L’UMANITÀ. 

“L’Uomo è la punta della piramide, l’uomo decide, ed ora ci sono così tanti uomini, siamo troppi, questo dettaglio innesca la morte della natura, la natura non esiste più, questo si può accettare oppure no.”

Fuori concorso a Venezia 73, insultato, mal votato, bocciato caparbiamente e ricoperto di luce provocatoria, sdegnante e reazionaria, poi inaspettatamente distribuito in Italia da Lab80. Che un film di Ulrich Seidl arrivasse nei Cinema italiani non accadeva dai tempi di Canicola, Leone d’Argento (Venezia 58) catapultato nelle sale il 09 Novembre 2001, quest’incipit sta a simboleggiare l’extra-significato evocativo che quasi ogni opera dell’artista Viennese esercita sul sottoscritto, parlare di “provocazione” non è superfluo, ma superato, è Cinema Anti-Specista, quindi Arte che arranca dinnanzi la filo-espressione massima della cinematografia mondiale degli ultimi 40 anni, Cinema contro la bellezza, che impersonifica il disagio, il rigurgito (con vomitatoio annesso) di un umanità stanca, spremuta, che non ha mai creduto alla trascendenza (ipotetica, buonista) scaturibile dal “guardarsi allo specchio.”

“Gli uomini rimuovono con molta semplicità, non amano guardarsi allo specchio, ma con il Cinema può accadere che quello che un uomo è torni allo spettatore.”  – Ulrich Seidl.

Preludio: Si torna in Kenya, forse ad evocare l’ectoplasma di quella visione spietata e randagizzante che fu Paradise : Love, un film che (come altri) quantifica la filmografia di Seidl come – ciclica e sperduta -, un sigillo brulicante di dolore ed insoddisfazione per lasciarsi alle spalle gli ex-“cicli” (per l’appunto), di nichilismo gratuito ed annichilimento piatto (mortificante, disperato), composti dai vari Der Ball, Tierische Liebe, Models, Canicola, Jesus, You Know, Import/Export ecc. Si aprirà a quel punto uno degli atti cinemagrafici più sprezzanti del ventunesimo secolo, la Paradise Trilogy, la quale prosegue con l’ennesimo caso di “accuse reazionarie” masticato dall’uomo di Vienna, Paradise : Faith, il quale pur uscendo da Venezia 69 con il Premio Speciale della Giuria attira le attenzioni clericali per poi concludere in tribunale sotto la targa giornalistica di “CristoFobia”. Il 2012 si chiude contemplando un Ulrich Seidl più stacanovista che mai e con le prime luci del capitolo conclusivo, Paradise : Hope, farcitura (auto-)analitica del suo stesso Cinema, del suo modo di concepire l’esistenza, oppure soluzione raffinata della propria espressione poetica.

Vacanzieri “coloni” Viennesi, quelli con una riserva nella “natura” più sperduta, con un paio di Kenyoti “tuttofare” per famiglia e con grandi cifre di denaro investite nell’attività – “Un cacciatore qui spende in una settimana quello che spende un turista in un mese”-, assistiamo gradualmente alle sedute di caccia; si parte con “lo Gnu dai muscoli striati”, il silente Seidl si muove in campo aperto con la mdp a spalla, seguendo passo per passo le gesta degli scherzosi cacciatori, i quali in pochi minuti avvistano la preda, sistemano il cavalletto e diramano tutta la loro professionalità con un fucile in mano, gli spari sono veri, il sonoro è semi-irricercabile, di una freddezza disarmante che banalmente può sfociare (a seconda della sopportazione spettatoriale) in demenza di default, in risate non del tutto criticabili dinnanzi’ -feste familiari con una carcassa sanguinante di mezzo-, dopo di ché il Kenyota “ubbidiente” di turno va alla ricerca di sassi posizionabili sotto il muso del cadavere, è ora della foto, un’ammissione di ilarità solenne, confermata e riproposta poi dialetticamente dai cacciatori.
Questo è il mantra di una visione epocale, un atto di derisione universale di cui si sentiva la mancanza, smontante l’immaginale ritratto dell’autore divertito (sbellicato) dietro tutto ciò.

Dalla pratica fisica della caccia si passa a filosofeggiare sul ruolo dell’uomo nel mondo di oggi e di quello dell’uomo -bianco- in Kenya, sì, un ricco “monarca” del posto, con tanto di salotto che ricorda il laboratorio di un tassidermista, sostiene che esistano ragioni antropologiche per le quali un uomo di colore è predisposto a svolgere le mansioni imposte (in quel caso) da lui, le dinamiche shockumentaristiche si dilatano nella fase di ascolto, un giovane che caccia con i propri genitori parla delle emozioni scaturite dallo sparo, dall’animale visionato nel mirino e dalla contemplazione del momento, la descrizione tratta del battito cardiaco da addomesticare dopo un colpo, dice di inspirare consciamemte per abbassare la propria pressione, questo è associabile alle prerogative della droga, per loro uccidere un animale sembra davvero essere una soluzione portatrice di serenità, le fasi della caccia sembrano davvero suscitare una reazione chimica su di essi.

Ci perdiamo per qualche minuto stringato qui e là davanti i campi medi (Docet) di Seidl decorati con un numero industriale di volti animali imbalsamati, i Kenyoti al centro dell’immagine masticano lembi di carne cacciata e poco cotta, scelta interpretabile ma del tutto condivisa dal sottoscritto, sa’ di “provocazione coloniale”, infastidente, ghettizzante, una delle tante stronzissime scelte autoriali a cui assistiamo con espressione di disgusto. Fra velate forme di moralità respinta e qualche chiacchiera sui narcisistici “sogni di caccia” prosegue la conta delle vittime filmate, il processo post-mortem di una zebra, dalle foto “di famiglia” alla Morgue, dove africani “macellai deprivati” eseguono un autopsia completa, via il mantello a striscie, via gli zoccoli, poi a mani nude fra le viscere, tirare fuori intestino e stomaco è un lavoro di gruppo. Anche questa volta il Cinema incontra la Morte, la contempla… L’impatto visivo del massacro di Safari ricorda vari celebri capolavori emblematici del settore, più di tutti ai miei occhi The Act of Seeing with One’s own Eyes. (Stan Brakhage, 1971), ovvero un’altra esemplificazione di “Poetica ricerca dell’anima”, attraverso lo smembramento, per l’appunto.

La verità emerge, Ulrich Seidl confeziona un trattato genocida epocale nel suo marciume, nel quale ci si sguazza, in questo modo viene toccato l’apice dell’orrore concettuale/impressionistico, -sguazzando- come un macellaio kenyota che scivola nella pozza di sangue di una giraffa. Spietato, ci voleva.

Voto: ★★★★★                                                                                                   (di Luke Glanton)

Annunci

TRAILERS

Trailers (2016) – Rouzbeh Rashidi     —> English Version

Una sala di cinema vuota, tante poltroncine rosse, nessuno spettatore seduto. Un uomo attraversa la sala: è il regista, Rashidi, che con il suo passaggio sembra dare inizio allo spettacolo. Lo schermo davanti alle poltroncine prende vita e comincia un lungo viaggio alla scoperta del mondo, alla scoperta di noi, di ciò che eravamo, siamo e saremo.

Rashidi è il demiurgo di una realtà cinematografica, quindi fittizia, che appare più reale della realtà stessa: attraverso lo sguardo invisibile di un’entità aliena, esterna al mondo rappresentato o meglio, appositamente edificato, assistiamo a un’epopea sull’evoluzione-involuzione umana che è al centro di un universo in continua costituzione e disgregazione. L’universo viene raffigurato, nella sua essenza cosmica, sullo schermo della sala e costituisce la cornice fattuale delle rappresentazioni teatrali che si svolgono davanti ad esso, sul palcoscenico: un gruppo di personaggi dà vita a misteriosi rituali sessuali in balia di istinti primordiali privi di ogni tipo di inibizione, sospesi in un tempo e in uno spazio indicibile, mentre sullo schermo, in parallelo, viene ripercorso lo sviluppo progressivo della terra insieme alle specie animali che l’hanno popolata in passato, come i dinosauri, e quelli che la popolano tutt’ora. Lo schermo davanti al quale si svolge questo oscuro spettacolo, rappresentativo di ciò che è divenuta l’umanità, rimane lo spazio circoscritto a tutto ciò che non è umano, come per sottolineare che ciò a cui stiamo assistendo non è solo finzione, non è solo cinema, ma qualcosa che trascende il cinema stesso, la nostra realtà.

Rashidi porta avanti la sua indagine personale sulla natura del cinema in tutte le sue forme e potenzialità, operazione già perseguita nei film precedenti nel tentativo di coglierne l’essenza più profonda. Qui sembra proprio riuscire nel suo intento: servendosi di immagini potenti, di una tecnica di montaggio e regia perfetta coadiuvata dal sonoro, riesce a coglierne il cuore e a spingersi oltre riformulando il concetto stesso di cinema. L’arte cinematografica viene reinterpretata dal regista come un processo di continua decomposizione e aggregazione di tutti i suoi elementi, così come il cataclisma di portata universale che con la sua potenza distruttiva non risparmia neppure quei pochi strani personaggi, simbolo di un’umanità ormai alla deriva.

Diverse scene del film riguardano l’evolversi di un’ambigua relazione tra un uomo e una donna: in un primo momento la donna sembra sedurre l’uomo con dei movimenti sinuosi e sensuali del proprio corpo, per poi prendere sopravvento su questo, sottomettendolo e sottoponendolo a sevizie fisiche sempre più degradanti e opprimenti. La donna richiama il fascino che la settima arte esercita sull’uomo, il quale, incapace di resistere alle sue lusinghe, finisce per essere soggiogato ad essa facilmente. La maggior parte degli attori che subiscono l’umiliazione della sottomissione, infatti, sono registi. In una scena, lo stesso Rashidi viene manovrato come un burattino dalla donna: il cinema domina, così, colui che per antonomasia è il suo dominatore.

Cinema come specchio dell’umanità, un’umanità sempre più degradata in costante involuzione, che sottomette, umilia e deride l’uomo stesso. Ciò porta il cinema a essere uno strumento di sottomissione e umiliazione: l’uomo viene prima sedotto e poi sottomesso dal cinema in persona. La realtà e il cinema si confondono: il cinema si conforma alla realtà o la realtà al cinema?

trailers ross

Voto: ★★★★★