Heremias (Book 1: The Legend of the Lizard Princess)

Heremias (Book 1: The Legend of the Lizard Princess) (2006) – Lav Diaz

Con le sue opere Lav Diaz lancia una sfida allo spettatore, a cui viene richiesto uno sforzo notevole per sostenere la loro visione che potrebbe risultare eccessivamente pesante, sia per via della loro inconsueta lunghezza (mediamente toccano le 6 ore), sia per via di uno stile radicale ed estremo, consistente nell’uso del bianco e nero, rifiuto di ogni tipo di effetto speciale e per le tematiche affrontate, sempre attinenti alla realtà e che spesso assumono la forma di una denuncia sociale e politica.

Il cineasta filippino non cerca di manipolare il tempo e lo spazio, ma conciliarli in modo che essi si manifestino come reali e veri e non solo delle componenti secondarie rispetto ai personaggi, in quanto elementi che più di ogni altro esprimono al meglio lo scorrere della vita, nella sua essenza naturale. Il suo è infatti un cinema improntato alla riflessione, che si serve di lunghissime inquadrature a macchina fissa come strumento imprescindibile tramite il quale catturare la realtà e mettere in comunicazione lo spettatore con i personaggi. Spesso quando i personaggi di Diaz entrano in una inquadratura, la ripresa perdura fintanto che questi non esce da essa, in modo da concedere allo spettatore tutto il tempo necessario per assorbire e vivere l’azione a cui assiste. Nel fare ciò Lav Diaz si affida esclusivamente alla sincerità delle immagini, rinunciando al comparto sonoro, l’unica musica percepibile è quella evocativa ed irrinunciabile della natura e quella costituita dalla voce umana.

Heremias è un film dalla durata di ben 9 ore, che potrebbero apparire un ostacolo insormontabile, ma essa è una componente essenziale senza la quale l’opera (e in generale il cinema di Diaz) non avrebbe la stessa forza espressiva. Quello del maestro filippino è infatti un cinema dedito alla contemplazione, che fa della dilatazione dei tempi un requisito fondante affinché lo spettatore sia chiamato a osservare e a partecipare attivamente alla sequela di immagini interrogandosi e confrontandosi con esse per ritrovarsi all’interno di tali immagini. Heremias è un’opera profondamente umana, come d’altronde tutto il cinema di Diaz, in cui la natura (dis)umana viene snocciolata, svelata in tutta la sua malvagità ed indifferenza. Una catastrofe sotto forma di un tornando sta per incombere sulle filippine, tutti si allontano alla ricerca di luoghi più sicuri. È una fuga, dunque ciò che si vede nelle prime immagini, in cui alcuni carri trainati da buoi lentamente percorrono una strada asfaltata. Tuttavia mentre i compagni fuggono da questa calamità naturale, Heremias sembra fuggire invece da qualcos’altro, forse dagli uomini stessi (?). Infatti quest’ultimo prendendo la sua mucca e il carro, solitario, si allontana afflitto da una preoccupazione ben più grave del tornando: il male che si annida nell’ animo degli uomini.

Da solo, il protagonista vaga senza meta. Attraverso lunghissime inquadrature a macchina fissa assistiamo al viaggio malinconico, inqueto e silenzioso di Heremias, parla solo la natura: scroscio della pioggia, fragore dei tuoni e il lamento assordante del vento. Il peregrinare di Heremias viene interrotto solo dal furto dei suoi unici possedimenti, ovvero della mucca e del carro, a seguito della fiducia che egli aveva concesso ad alcuni uomini con cui aveva condiviso un rifugio, durante una notte di tempesta, in una vecchia casa abbondonata. Da qui in poi Heremias sarà testimone di un’escalation di avvenimenti nefasti che manifestano in tutta la loro sconvolgente natura quel male da cui stava fuggendo. La polizia si rivela corrotta, avida, insensibile, disposta a compiere il proprio lavoro solo dietro a pagamento. Anche il custode della fede, un prete, si rivela tale, non disposto ad ascoltare le suppliche di un fedele per timore di conseguenze terrene. Diaz qui non si risparmia dal fare una esplicita denuncia al governo del suo paese per la triste sorte a cui sono destinate le filippine: oltre alle calamità naturali che con frequenza si abbattano su di esse, a devastare tali terre e la popolazione che vi risiede è prima di tutto il governo. Questo si concretizza per la sua totale assenza e distanza dai propri cittadini, forse troppo occupato ad arricchirsi e ad arricchire pochi per prendersi cura della povera gente oppressa. Lo stesso ufficiale di polizia a cui si rivolge Heremias confessa che là non c’è alcun governo, alcuna legge, e che sono i soldi a fare giustizia.

Il seme del male è germogliato anche nell’animo dei più giovani. N’è riprova la straordinaria sequenza realizzata con un lunghissimo e frenetico piano sequenza dalla durata di quasi un’ora: una banda di adolescenti arriva nella casa abbandonata, non lontano dal quale si era posizionato Heremias nel tentativo di trovare i responsabili del furto. Questi consumano droghe, si ubriacano, compiendo atti vandalici di ogni tipo e bestemmiano e imprecano contro i propri genitori e il proprio paese artefici della loro condizione. Tutto con il sottofondo di una musica caotica, disordinata e frenetica come gli scapestrati che la ascoltano. Noi siamo testimoni attraverso gli occhi di Heremias, nascosto dietro la boscaglia, di questa “celebrazione” simile al rito delle baccanti che in preda alla frenesia estatica e invasate da Dioniso si fanno consumare dal proprio delirio compiendo azioni violente e sanguinarie. Noi diventiamo tutt’uno con Heremias e impassibili assistiamo alla distruzione di una generazione che si manifesta e si esprime solo attraverso violenza, rabbia e odio. Ciò realizza la nullificazione totale dell’uomo, un annientamento spirituale che viene poi evidenziato dal delitto di cui si vogliono macchiare questi: violentare e poi uccidere una ragazza che aveva rifiutato uno di loro. La risoluzione con cui pianificano tale atto disumano è sconvolgente, essi non sono minimante sfiorati da alcun dubbio, da alcuna incertezza interiore, sembra che il male sia radicato in essi e famelica voglia nutrirsi della vita di quella povera ragazza.

Heremias si rivolge nuovamente alla polizia, al prete, ma al pari della sorte a cui toccò al suo omonimo biblico il profeta Geremia, che, annunciatore di un presagio nefasto ritenuto pericoloso fu allontanato e minacciato, allo stesso modo gli avvertimenti di Heremias sono inascoltati e per la sua insistenza viene percosso dal poliziotto corrotto perché tra gli autori del crimine denunciato c’è anche il figlio di un’influente figura politica locale. Una vita è ridotta al nulla, perdendo di ogni significato, al pari della giustizia ormai morta, malleabile al servizio di un sistema corrotto che intensifica sempre più la propria morsa attraverso paura e omertà. Questa è la realtà che si fa sempre più preponderante e alla quale si tende a riferire con l’espressione “normalità”, abituandosi ad essa. Quella fornita da Diaz è un visone fortemente pessimistica del mondo odierno, in cui l’uomo appare non tanto differente da una qualsiasi bestia in grado di rispondere solo ai propri istinti primitivi e bestiali, in cui la pietas per il prossimo è un sentimento del tutto estraneo, sconfitto, annientato.

Per Heremias non resta che rivolgersi direttamente a Dio: così mettendo completamente a nudo la propria anima rivolge una disperata supplica a Dio affinché salvi la ragazza anche in cambio della sua stessa vita. Quello di Heremias è un urlo di rassegnazione, di sconforto e di sfiducia nella natura umana, che emerge in tutta la sua spietatezza nelle ultime immagini del film che riprendono Heremias percorrere una stradina fino a scomparire.

Heremias è un’opere dall’estetica quasi amatoriale, più affine a quello del documentario che a quella della fiction, molto vicino al successivo “Death in the land of encantos”, con il quale condivide anche la riflessione fortemente politica che lo caratterizza. Questi due film, che costituiscono la summa politica di Diaz, appaiono infatti imprescindibili l’uno dall’altro, in quanto uno prosegue la riflessione condotta dall’altro e inoltre il primo è ambientato in momento antecedente al tifone, mentre il secondo appena dopo: sono dunque parti della medesima catastrofe, che si concretizza come una catastrofe dell’umanità più che della natura. Infatti ciò che è visibile più di ogni altra cosa, in entrambe le opere, non è il tornando o le conseguenze di esso, ma le ferite causate dall’uomo con le proprie mani alla propria terra e specie.

Voto: ★★★★★

Florentina Hubaldo, CTE

Florentina Hubaldo, CTE (2012) – Lav Diaz

 

Mancanze Virginali.

La Sofferenza è la mamma dell’Arte, l’utero del pensiero articolato, coinvolgente, segnante, per l’appunto “vitale”, dolore come inenarrabile base iniziatica dell’esistenza, Cinema come occasione punitiva e purificante, si, quello di Lav Diaz è un flusso sciamanico di un’intensità irripetibile, immagini che rapiscono, piani sequenza che pietrificano, sequenze che lavano il cervello.

Quello di Lav Diaz è Cinema irripetibile.

Florentina è una palude di conseguenze, il vomitatoio di una terra straziata alla quale è stata negata la memoria, rimane il fango, rimangono le catene, e soprattutto rimane la prostituzione infantile, Florentina giace incatenata ad un letto situato in una baracca sperduta per le campagne filippine, la sua vagina è grondante di sangue, il suo corpo è scabroso di ferite, il suo motto è la sceneggiatura del film:

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Lav Diaz

“Mi chiamo Florentina Hubaldo. Sono nata ad Antipolo. Ma prima che compissi 10 anni, ci trasferimmo qui a Bicol. In quel periodo, in circostanze inspiegabili, mia madre morì. Da allora mio padre diventò crudele con me e con mio nonno. Era molto crudele. È sempre ubriaco. Mi picchia. Mi sbatte forte la testa contro il muro, mi schiaccia la faccia nel fango, mi fa male la testa, mi fa male tutto il corpo. […] Mi teneva in catene affinché non potessi scappare.

Mi chiamo Florentina Hubaldo, vengo da Antipolo, ma prima che compissi 10 anni, ci trasferimmo a Legazpy, Albay. In quel periodo, in circostanze inspiegabili, mia madre morì, non ricordo il suo volto. L’ho già dimenticato. Aveva i capelli lunghi, mio padre ha buttato tutte le sue foto.”

Lo spettatore non ha più bisogno di parole, percepisce la paura di lasciarsi andare, di entrare in empatia con Florentina, con Diaz, con questa scorribanda di squallore salvifico… Ma è qui che risiede l’impossibilità di moralizzarsi, il manifesto dell’Arte rivoluzionaria del filippino, formattazione di un Cinema istituito da una scuola di pensiero più importante del film in questione. In altre parole, al di là della valutazione prettamente tecnica e spettatoriale Florentina Hubaldo, CTE è un film da ricordare.

“La Sofferenza è la mamma dell’Arte” come Florentina è la mamma di Lolita (Loleng), sovviene un gioco di metafore astratte : Florentina è Le Filippine, la vita di una bambina ghettizzata da una quotedianita’ di violenza e soprusi è l’Arte di Diaz, “piena di grazia” fra miseria ed abusi.

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Nel bel mezzo della pietrificazione ascetica di ogni singolo frame, veniamo quindi condotti allo schermo, risucchiati, trasportati per poi essere travolti dall’intimità eterea della spudorata realtà di Diaz : Non ci è chiaro con che frequenza Florentina si ritrovi ad abortire, è documentato invece un parto antecedente a Lolita, “è nata morta, con la testa spaccata”, questo è uno dei tanti liberi spunti che inevitabilmente riconducono alle condizioni (in)degnamente umane e mnemoniche della gracile protagonista, l’incapacità di mettere in ordine la sintassi delle confessioni alla cinepresa, l’incapacità di esprimersi, ma soprattutto questi tassativi macigni alla base dei suoi ricordi, la disabilità di Florentina è la commiserazione concentrica dell’opera, la commozione animale che nasce dal profondo e sfocia nelle lacrime, perché si, una sequenza come quella del pasto “madre/figlia” non potrai mai cancellarla da quella parte di te che non potrà mai smettere di pensare ed interrogarsi su visioni come questa, non sto parlando di “identità cinefila”, ma di semplici spazi per rattristarsi, per piangere… Questo è il potere. Il Cinema infetta, si insinua sottopelle.

Siamo alla fine, siamo storditi e stropicciati dal sonoro mestruale che lascia il segno a macchia di leopardo nell’arco delle oltre 6 ore filmiche, siamo arrossiti dai vani show imploranti messi in atto dalla sensazionale Hazel Orencio, promossa a pieni voti dall’estenuante girone infernale che è il Cinema di Diaz e che sono le sue pretese (per non parlare delle pretese nei confronti dello spettatore), rimane una mezz’ora scarsa, è da gestire, c’è da stringere i denti, perché ancora una volta siamo faccia a faccia con Florentina, questa volta il testo si arricchisce con le varie descrizioni delle torture domestiche e dei vacanti diritti umani, rimane subire, sperare che quel “Sine Ni Lav Diaz” arrivi presto, un non-finale inabbandonabile, l’apologia di una giovane vita ridotta in condizioni senili. Ora respira, è tutto finito, la magia ha fatto il suo corso, ora hai preso parte anche tu a quell’abominevole incessante protesta dell’umanità che è il Cinema.

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Voto: ★★★★☆                                                                               (di lukeglanton4)