Dyn Amo

Dyn Amo (1972) – Stephen Dwoskin

Dwoskin, a differenza dei cineasti della sua generazione come Michael Snow, non è mai stato interessato a rimuovere la figura umana dalle sue immagini per concentrasi sulle proprietà formali del medium cinematografico. Sebbene i suoi film contengano pochi dialoghi, pullulano tuttavia di persone, prevalentemente donne. La sua macchina fotografica non registra solo, ma guarda. Il suo è un cinema di sguardi in cui si verifica una interazione oculare tra i soggetti ripresi mentre si relazionano e tra questi e lo spettatore. Dwoskin, quindi, esplora il processo di questo tipo di relazioni mentre si sviluppano in  un periodo di tempo, seguendo le sensazioni di quei momenti piuttosto che affidarsi ad una narrazione ben definita.

“I was moved to considered how to turn the sense of words into images to speak with the eyes sort of, but mostly how to turn the internal process of thinking into visual representation”. – Stephen Dwoskin

Dyn Amo tra le sue opere più sensuali, ma anche la più terrificante, mostra la relazione che si instaura in uno strip club tra tre spogliarelliste e alcuni uomini, loro ammiratori. È basato su un’opera teatrale di Chris Wilkinson la cui narrativa originale viene completamente deflagrata per spostare il fulcro sulle emozioni del cast, che a quanto si legge, è anche il medesimo dell’opera teatrale. Emozioni che sono rivelate attraverso i primi e primissimi piani, tipici del cinema di Dwoskin. Essi sono  così potenti da coinvolgere in modo diretto lo spettatore, il quale è spesso impossibilitato a sottrarsi alle percezioni estreme con cui entra in contatto.

Le spogliarelliste si esibiscono una dopo l’altra sulle note prima di una musica pop e poi sul pazzesco tema martellante di Gavin Bryars. Le esibizioni sono però prive di entusiasmo, quasi meccaniche, poiché non sono pensate per essere convincenti o eccitanti. L’intento di Dwoskin, infatti, è quello di mostrare le donne per quello che sono, attrici che interpretano delle spogliarelliste, piuttosto che delle vere e proprie artiste burlesque e questo al fine di compiere una riflessione sul gioco di ruolo sessuale e sullo stereotipo: guardare dietro lo stereotipo per cercare di smascherare la maschera che le persone si portano.

La donna viene presentata come un oggetto sessuale, uno stereotipo per l’uomo voyeur, in netta contraddizione con i propri sentimenti: interpreta un ruolo e indossa una maschera cucitale addosso da altri, sebbene la disprezzi. Nel fare ciò Dwoskin non pone il focus sull’atto reale del sesso o sullo strip tease, ma sulla donna, sul suo volto e sul suo sguardo, sulla sua espressione, su come ella percepisce le proprie  azioni e le contraddizioni che ne derivano,  in modo da evidenziare la sua posizione di precarietà tra stereotipi e simboli di sfruttamento. Come dichiarato dall’autore, l’immagine convenzionale  dello strip tease è solo un mezzo attraverso il quale porre lo sguardo sulla personalità dell’individuo che recita quello stereotipo. Non ci si sofferma sugli atti dello strip tease, ma si riformula lo sguardo della donna  affinché essa possa cogliere la propria relazione con  quello che sta facendo e lo spettatore allo stesso tempo si possa inserire in tale relazione, che  non è più meramente esterna. Viene stabilita così una nuova relazione tra tutte le parti: telecamera, performer e lo spettatore,  al quale è richiesto un investimento personale, che è fondamentale affinché egli possa andare oltre l’atteso atteggiamento voyeuristico  e instaurare  invece una interazione attiva e immediata con ciò che vede.

La rappresentazione, nel finale, si evolve in un atto di efferata violenza : l’ultima ragazza viene completamente denudata, violata e stuprata. Usando le parole di Dwoskin, Dyn Amo si trasforma da uno spettacolo in una forma violenta di realtà o meglio in una (con)fusione tra ciò che è recitato e ciò che è non recitato. Un’escalation di brutalità e perversione umana che manifesta il gioco di potere sessuale, in cui la donna, inizialmente  presentata come oggetto sessuale, una forma di icona seducente con un potere iniziale, rimane alla fine  intrappolata in quella stessa icona, che non rappresenta ciò che sente nel suo profondo. Il lungo primo piano finale che mostra la donna in lacrime, fissare intensamente la telecamera come se chiedesse silenzioso aiuto allo spettatore è sintomatico della volontà di Dwoskin di insistere nell’iterazione tra lo spettatore e i personaggi ripresi in modo da spostare il film da una dimensione esterna in una interna di partecipazione attiva. Il cinema come esperienza segnante, Dyn Amo.

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Voto: ★★★★★

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Central Bazaar

Central Bazaar (1976) – Stephen Dwoskin  ⇒ English version at the bottom

Dwoskin, servendosi di un costrutto tipicamente teatrale, realizza quella che è, senza dubbio, la sua opera più alta, esemplificazione di un cinema che non si lascia influenzare dalle convenzioni sociali, abitato da persone ed emozioni reali, non realistiche.

Degli sconosciuti vengono riuniti in una stanza e ripresi mentre danno sfogo liberamente alle loro fantasie più intime, privi di inibizioni sociali che appaiono, ormai, solo un flebile ricordo del mondo esterno. Il risultato è straordinario. La convivenza forzata in un ambiente così circoscritto consente ai protagonisti di lasciarsi trasportare dall’euforia che li assale prepotentemente: si assiste a due ore e mezza di tripudio sfrenato in cui uomini e donne, truccandosi e indossando abiti da cerimonia, mettono in scena i propri desideri più reconditi, che appaiono come delle esibizioni puerili, ma altamente sensuali e lussureggianti, pervase da grande erotismo.

Il film si concretizza in un’opera sperimentale visivamente perfetta, che esplora in modo ineguagliabile le interazioni emotive e fisiche che si instaurano tra individui liberi di esprimersi in completa autonomia. I personaggi coinvolti poco a poco si manifestano e, paradossalmente, appaiono più autentici in questa condizione anomala che non nella realtà: si riconoscono e trovano sé stessi nei costumi che indossano, si sentono liberi di esprimere la vitalità, l’esuberanza, la trasgressione represse grazie all’assenza delle barriere convenzionali e precostituite, come se avvenisse la rivelazione dell’io sopito a lungo nella comunità esterna.

Il film è caratterizzato dall’assenza di dialogo ad eccezione di una piccola parte iniziale in cui una delle donne racconta la fiaba de “i 3 porcellini”. Questa peculiarità non pregiudica in alcun modo la complessità dell’opera, ma al contrario la eleva, fornendo una visione sensoriale di incredibile potenza e straordinaria bellezza, enfatizzata ancor più dal sonoro, una musica stridente ed ossessiva che accompagna costantemente tutto il film. Dwoskin, inoltre, riesce ad adoperare la cinepresa in modo tale da carpire l’interiorità e i sentimenti più profondi dei personaggi senza che li esprimano con le parole, soffermandosi sui volti, le espressioni e gli sguardi naturali, privi di artificio, dei protagonisti attraverso un uso intelligente dello zoom ed una straordinaria fluidità dei movimenti della camera, che risulta essere un occhio più sensibile di quello umano. La cinepresa arriva, così, a ricoprire un ruolo più importante del semplice mezzo filmico, divenendo l’interprete essenziale per codificare volti, espressioni e sguardi con cui i personaggi si esprimono e comunicano la loro interiorità altrimenti indecifrabile.

Central Bazaar è la manifestazione del cinema come arte originaria, viva, indefinita ed inesplicabile con la ragione. Un’opera mastodontica libera da ogni tipo di preconcetto e finalità di ogni tipo che non sia prettamente artistica, celebrazione della settima arte.

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Voto: ★★★★★

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