TOP 20 MIGLIORI FILM DEL 2018

  • 20. Ready Player One – Steven Spielberg
  • 19. Unsane – Steven Soderbergh
  • 18. The Trial – Sergei Loznitsa
  • 17. Capri-Revolution – Mario Martone
  • 16. The Man Who Killed Don Quixote – Terry Gilliam
  • 15. Your Face – Tsai Ming-liang
  • 14. Burning – Lee Chang-dong
  • 13. Zan – Shin’ya Tsukamoto
  • 12. Mandy – Panos Cosmatos
  • 11. Season of the Devil – Lav Diaz

TOP 10 + 1

10. Spider-Man: Into the Spider-Verse – Bob Persichetti, Peter Ramsey e Rodney Rothman ex aequo Nuestro Tiempo – Carlos Reygadas

Spider-Man: Into the Spider-Verse

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Manifesto delle incredibili possibilità dell’animazione contemporanea, nonché probabilmente il miglior film dell’amichevole Spider-Man di quartiere sul grande schermo e di ogni sorta di cinecomics.

Nuestro Tiempo – Carlos Reygadas

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Dopo “Post tenebras lux” ancora tenebra(s) in questa sperimentazione (meta) cinematografica che è “Nuestro tiempo”, in cui gli alter ego di Reygadas e sua moglie si muovono in una dimensione di precaria intimità coniugale nel tentativo di preservare un’amore ormai consumato dal (loro) tempo. Ennesimo grande film del cineasta messicano nonostante si conceda spesso dei momenti di autocompiacimento.

9. Shoplifters – Hirokazu Kore-da

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Palma d’oro al festival di Cannes, shoplifter racconta con grande sincerità e intelligenza la quotidianità di una famiglia di “miserabili” che tenta di sbarcare il lunario come può con taccheggi e furtarelli, ma all’insegna dell’amore reciproco e dell’importanza della famiglia come legame etico e non di sangue.

8. Roma – Alfonso Cuarón

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Indubbiamente il culmine della carriera cinematografica di Cuaròn, Roma è un meraviglioso ritratto intimo e toccante di una famiglia borghese messicana alla deriva nei primi anni settanta, dal sapore fortemente autobiografico

7. Lazaro Felice – Alice Rohrwacher

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Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, Lazzaro felice è un’opera di rara bellezza che illustra la bontà umana in un mondo inumano… continua

6. An Elephant Sitting Still – Hu Bo

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Il lasciato del regista Hu bo, che al termine del montaggio si è tolto la vita, è un’opera che riflette probabilmente la visione del mondo del suo autore: un modo spietato, crudele e privo di alcuna compassione per individui come i quattro protagonisti che, ciascuno segnato dalla vita per un motivo diverso, sembrano ancora legati a questo mondo dal solo desiderio di vedere, a Manzhouli, un elefante che se ne sta tutto il giorno immobile, seduto, come se il resto del mondo non esistesse.

5. Phantom Islands – Rouzbeh Rashidi

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Il mio 2018 cinematografico non poteva che esordire con Rouzbeh Rashidi, tra gli autori sperimentali più capaci e interessanti in circolazione e già presente qui sul blog con tre opere: He, che affronta in modo assai originale il tema del suicidio; Ten Years In the Sun Trailers che portano avanti un nuovo personale linguaggio filmico del regista operando un’indagine sulla natura più profonda del cinema e delle sue infinite potenzialità…continua

4. Suspiria – Luca Guadagnino

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Guadagnino decostruisce magnificamente l’originale, concependo di fatto un nuovo film, più vicino per atmosfera e contenuti socio-politico a Fassbinder e Zulawski. Tale operazione filmica paga, perché questo Suspiria è un’opera sorprendente che nella fredda e grigia Berlino divisa del 1977, in sei atti, inscena attraverso delle superbe coreografie di danza e di morte il dispiegarsi del male sotto le sembianze di una candida ragazza americana che, da figlia alla ricerca di una maternità idolatrata, si erge a Mater Suspiriorum.

3. The House That Jack Built – Lars von Trier

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Lars von Trier torna a Cannes probabilmente con la sua opera più tremenda e scioccante, ma anche la più personale. Infatti non è difficile riconoscere nel protagonista Jack, un serial killer sociopatico costantemente in bilico tra la follia e rari momenti di lucidità, che concepisce l’omicidio come atto creativo o meglio opera d’arte, lo stesso Lars, autore da sempre tormentato e al centro di continue critiche, anche se in realtà non fa altro che perseguire l’arte attraverso il cinema. The House That Jack Built segna decisamente un ritorno in grande stile di Lars, reso ancora più sontuoso dal meraviglioso finale surreale del film.

2. Hotel by the River – Hong Sang-soo

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Hong Sang-soo realizza un’opera di rara bellezza, poetica e annichilente allo stesso tempo, riflettendo come non mai sulla morte, o meglio sul sentimento della morte di cui è portatore l’anziano poeta Younghwan e sul distacco dai legami familiari (tra padre e figli) e d’amore, come quello della giovane donna tradita che si crogiola con la comprensione di un’amica, nel suo dolore. Tutto viene rappresentato, con un magnifico bianco e nero, nei pressi di un solitario hotel lungo il fiume Han, in un’atmosfera di sospensione temporale evocata da una sconfinata distesa innevata. Indubbiamente il film più bello del 2018.

1. Le livre d’image – Jean-Luc Godard

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L’ultima opera dell’intramontabile regista francese è un grande film-saggio sul nostro mondo descritto attraverso l’immagine libera dalla parola, cioè con un immagine non più in rapporto dialettico con la parola e il suo significato. Godard ri-mescola immagini tratte da altri film a digitalizzazioni di altre con effetti di straniamento provocato dall’uso di musica classica fermata bruscamente, di scritte sovraimpresse, dissolvenze in nero e commenti in voice-over, affermando così l’arte cinematografica come installazione visiva più che come narrazione.

+ 1. The Other Side Of The Wind – Orson Welles

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TOP 10 MIGLIORI FILM DEL 2017

MENZIONI SPECIALI

Mrs. Fang – Wang Bing

Fang Xiuying del titolo è una signora di sessantasette anni che soffrendo da diversi anni di Alzheimer, con sintomi avanzati, dopo un trattamento inefficace, è stata mandata a casa. Qui, ridotta in uno stato vegetale, quindi priva di coscienza, completamente inane, è distesa sul letto circondata dai parenti e vicini che riuniti al suo capezzale l’assistano nei suoi ultimi giorni di non-vita o meglio sono in attesa che ella esali il suo ultimo respiro per scoppiare finalmente in quel dolore che sembra destinato a non manifestarsi finché non sia giunta quell’ora fatidica, in cui l’anima abbandona definitamente il corpo. Continua

Thelma – Joachim Trier

Thelma è capace di poteri misteriosi, ma a lei sconosciuti perché repressi e condannati da due genitori manipolatori e fondamentalisti fin dalla tenera età. Poteri che si manifestano quando per l’agitazione interiore ha delle improvvise e anomale crisi epilettiche. Thelma è certamente tra le sorprese più liete di questo 2017. Si presenta come un thriller psicologico e sovrannaturale in cui quest’ultimo elemento risulta da subito solo una cornice perfetta per affrontare un dramma familiare a sfondo religioso sublimemente narrato. Emozionante, profondo, complesso e sensuale. Il film esplora in modo incredibile i confini tra realtà e fantasia, luce e oscurità, bene e male nella natura umana.

TOP 10 

10. Inside – Vicky Langan / Maximilian Le Cain

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Inside, il primo lungometraggio della coppia Vicky Langan e Maximilian Le Cain, già artefici insieme di numerosi cortometraggi, è un’opera che esplora la vita interiore di una donna in disfacimento psichico. I due registi manifestano questo decadimento interiore manipolando magistralmente il mezzo filmico: attraverso l’uso ripetuto di distorsioni strabilianti dell’immagine e messe a fuoco anomale rivelano esternamente le sensazioni, i desideri, le illusioni e le fantasticherie represse dalla donna, anche da un rapporto coniugale in deriva. La casa, in una zona remota in campagna, diviene il simbolo principale del suo malessere e non fa altro che accrescere la frustrazione e il senso di solitudine in cui versa la donna. Inside è un altro grandissimo film della EFS che merita assolutamente considerazione e pubblico.

9. Caniba – Lucien Castaing-Taylor / Verena Paravelche

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Nel 1981, Issei Sagawa, studente giapponese della Sorbona di Parigi, dopo aver inviato una compagna di studi nel suo appartamento, la uccise con un fucile e la mangiò gradualmente. Dichiarato inabile, Sagawa ottenne l’estradizione in patria, in Giappone, dove venne liberato dalla custodia in pochi mesi e divenne una celebrità per il suo atteggiamento impenitente nei riguardi dell’’accaduto. Caniba non è un documentario su Sagawa, non documenta la sua vita né ripercorre l’omicidio, ma è una riflessione sulle pulsioni cannibalistiche dell’essere umano nella società moderna fornendo uno sguardo ravvicinato (letteralmente) di un mostro, di un cannibale, ora immobile su una sedia a rotelle e assistito dal fratello. I due registi ritraggono Issei esclusivamente attraverso l’uso del close-up e fuori fuoco in modo da fornire una visione del suo volto deformato, mostruoso.

8. The Killing of a Sacred Deer – Yorgos Lanthimos

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L’ultimo Lanthimos è un’opera tecnicamente perfetta: ben girata, interpretata in modo superbo, scritta magnificamente e meravigliosamente inquietante. Il chirurgo di successo dottor Steven Murphy ha tutto: una bella moglie, due bambini adorabili e una casa lussuosa. Il perfetto equilibrio familiare è messo a rischio dal giovane Martin che sembra voler punire e distruggere la vita del dottore a causa di un suo oscuro segreto. Il film scivola così lentamente nell’orrore, nel fantastico più disturbante, nel mito, già preannunciato dalle allusioni alla mitologia greca del titolo. The Killing of Sacred Deer è un film colmo di un’oscurità, onnipresente e divorante che permane anche dopo che è terminato. I manierismi, le conversazioni, le azioni disumane dei personaggi e la colonna sonora che si insinua in ogni scena amplificano tutto il disagio che permea il film e a cui risulta impossibile sottrarsi.

7. A Yangtze Landscape – Xu Xin

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Il documentario di Xu Xin, girato in un bianco e nero straordinariamente bello, è un viaggio lungo il corso dello Yangtze, il Fiume Azzurro che taglia longitudinalmente la Cina. Xu Xin segue l’intera lunghezza del fiume Yangtze, fornendo un panorama allo stesso tempo splendido e inquietante della terra e della gente che la popolano, per lo più emarginati.

6. Drifting cities – Michael Higgins

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Con quest’ultimo film, Higgins si rivela essere uno dei registi più eclettici e sorprendenti della Experiment Film Society, capace di muoversi da una rappresentazione immediata, caotica e dinamica, tutta improntata all’improvvisazione, come quella di Stone Boat, a un’opera evanescente, inafferrabile, a lungo meditata come Drifting Cities. Continua/Eng

5. Taming the Horse – Tao Gu

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Tao e Dong, prima che quest’ultimo segua la sua famiglia per cercare fortuna in una grande città della Cina meridionale, si ripromettono che un giorno sarebbero tornati nel villaggio natale in cui erano cresciuti, nella Mongolia Interna. Quando Tao, ora regista, alla vigilia del trentesimo compleanno di Dong arriva in città con in mano una videocamera, sembra giunto il momento di adempiere alla promessa di dieci anni prima. Dong per tutto il periodo del suo soggiorno filma con grande sensibilità l’amico che ha perso la sua strada: è un perdente deriso, socialmente turbato, un sognatore disilluso che svogliato, tra attacchi di depressione e abuso di sostanze, lotta per trovare denaro, amore e sesso. Attraverso questo ritratto di un’anima alienata che lotta in una società capitalista in rapida evoluzione come quella cinese, Taming the Horse manifesta la condizione di disperazione e spaesamento di una gioventù che cerca di trovare la sua strada tra i desideri e le speranze perdute dell’infanzia e una realtà cruda e ostile, quella dell’età adulta.

4. The Earth Still Moves –  Pablo Chavarría Gutiérrez

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Tra le visioni più estatiche e potenti dell’anno. Gutiérrez sembra non sbagliare un colpo: dopo il bellissimo “Las Letras” realizza un altro grandissimo film. The Earth Still Moves, attraverso immagini spettrali e mistiche, manifesta la realtà dietro alla realtà fisica, un mondo oscuro in cui una miriade di piante e animali si muovono in balia di impulsi primordiali, in cui l’uomo è solo una parte di un macrocosmo più grande. Il mezzo cinematografico diviene, così, la lente di ingrandimento per cogliere l’essenza invisibile, microscopica e sensoriale del mondo nei suoi minimi cambiamenti, il solo in grado di rilevare le ombre che la popolano, esperimentare l’ultraterreno.

3. Paris est une fête – un film en 18 vagues – Sylvain George

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Sylvain George realizza un’opera cinematografica e, ancor prima, un’opera politica tra le più penetranti e conturbanti degli ultimi anni. Un film che trascende l’essenza del documentario concretizzandosi in un’esperienza poetica più che in una riproduzione filmica. Fortemente eversivo e intriso di uno sperimentalismo di straordinaria suggestione visiva, Paris est una fête è un caos apparente di immagini che, seppur frammentarie, arrivano dirette alla mente dell’osservatore, colpendolo. Continua/Eng

2.  Animal Kingdom – Dean Kavanagh

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Cinema come metamorfosi artistica: trasmutazione e alterazione della realtà, mutazione della materia e del corpo fisico, rinnovamento del mezzo filmico attraverso il suo superamento taumaturgico. Animal Kingdom, l’ultima opera del giovane e sorprendente regista Dean Kavanagh, si rivela essere la manifestazione ascensionale del nuovo cinema sperimentale irlandese che trova il suo punto di riferimento nella EFS e che, come il film manifesto “Trailers”del collega Rouzbeh Rashidi, esplora l’essenza latente ed inespressa del cinema. Film estremamente denso di simbolismo e di chiare allusioni meta-cinematografiche, si concretizza fin da subito in un viaggio occulto all’interno di una dimensione ancestrale, in bilico tra una realtà mistica e una profana e animale. Continua

1. Unrest – Philippe Grandrieux

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L’autore visionario Philippe Grandrieux, dopo la realizzazione di tre lungometraggi di grande impatto visivo e sensoriale, ha dato avvio nel 2012 a un progetto di stampo sperimentale che si articola su diverse piattaforme (performance, video-installazione) con l’intento di indagare e rappresentare la condizione di paura, d’ansia e d’inquietudine che affligge l’animo umano. A tale scopo Grandrieux spinge all’estremo ogni elemento cinematografico del suo cinema: i corpi, da elementi principali divengono i soli presenti, i dialoghi scompaiono del tutto, il sonoro conturbante domina la scena. Unrest, preceduto da White Epilepsy (2012) e Meurtriere (2015), è l’ultimo atto di questo progetto. È suddiviso in tre segmenti, molto differenti l’uno dall’altro, che rievocano i due precedenti movimenti. Ogni segmento è dominato da un corpo femminile, il primo dei quali è nell’atto di sprigionare onde sensoriali, sensazioni potenti e instabili provocate dall’autoerotismo, il secondo emerge lentamente dall’oscurità per poi perdersi nuovamente in essa attraverso movimenti quasi immoti e il terzo, infine, appare come un presenza spettrale e inquietante in un bosco tenebroso.