Psicopompo

Psicopompo (2015) – Morgan Menegazzo & Mariachiara Pernisa

Sono le opere come questa del duo Menegazzo/Pernisa che testimoniano quanto il cinema sia potente e infinito, forma d’arte che trascende ogni senso. La trascendenza, in particolare, caratterizza l’intera durata del cortometraggio. La pellicola, infatti, è la trasposizione cinematografica del pensiero secondo cui la morte, al pari della vita, non coincide con la fine di tutte le cose, ma con un passaggio di stato, una trasformazione, la trasmigrazione dell’anima verso la Luce Ultraterrena, ovvero verso l’Infinito. In particolare, è centrato sul viaggio di un’anima inquieta che viene assistita dallo Psicopompo, una figura mitologica avente il compito di condurre le anime dei defunti nell’Aldilà. Lo Psicopompo, non è altro che il film stesso, o più in generale il cinema, che divenendo allo stesso tempo traghetto e traghettatore, accompagna l’anima nel suo percorso verso l’Oltre, nel suo ineluttabile cambiamento di stato che qui si manifesta nella sua natura più traumatica e sconvolgente. Paura e affanno divengono fin da subito le componenti dominanti della pellicola ed esercitano prepotentemente la loro morsa disarmante tanto sullo spettatore quanto sullo spirito inquieto che sembra faticare molto a trovare la retta via. Appare intrappolato in un limbo, a metà tra due mondi agli antipodi: uno terreno, destinato inesorabilmente a sgretolarsi come le rocce che franano lentamente, il cui rumore si percepisce in sottofondo, e uno ultraterreno che, seppur destinato a durare per un’eternità rassicurante, genera turbamento per la sua natura oscura.

“Se dicessi <<là c’è un’uscita, da qualche parte c’è un’uscita>> il resto verrebbe da sé. E cosa aspetto, allora, per dirlo, di crederci? E che significa il resto? Devo rispondere? Cercare di rispondere? Oppure continuare come se non avessi chiesto niente?”

Queste le uniche parole che, pronunciate all’inizio del film da una voce ormai privata del suo corpo, esprimono la condizione di incertezza e turbamento in cui l’anima inquieta si trova per non essere in grado di recidere ogni legame con la vita terrena, o meglio, con il fantasma di questa che, pur essendo un’immagine sbiadita dell’originale, continua ad esercitare il suo fascino seducente, impedendogli di andare incontro alla luce che si intravede in fondo al tunnel. Il fulcro dell’intera opera, infatti, è il dissidio interiore che costringe a confrontarsi dolorosamente con le reminiscenze spettrali di un’esistenza da dimenticare per poter così finalmente rinascere nell’Eternità. I due registi, giocando sapientemente con la luce, i fuori fuoco e adoperando con grande maestria le dissolvenze, creano un’atmosfera tremendamente inquietante che permea tutta la durata del film e che riesce a descrivere con estrema nitidezza il percorso di metamorfosi in atto. Il processo così manifestato, con la potenza orrorifica delle immagini che lo caratterizza, sconvolge a fondo lo spettatore, il quale viene portato a sperimentare il delirio psichico a cui assiste e a cui non può sottrarsi perché lo Psicopompo non lascia scampo. Per questo, Psicopompo del duo Menegazzo-Pernisa è un’opera che, nonostante la sua brevità, lascia un solco profondo nell’animo e nella mente di chiunque lo guardi.

Voto: ★★★★☆

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Ten Years In The Sun

Ten Years In The Sun (2015) – Rouzbeh Rashidi  ⇒ English version at the bottom

Ten Years in The Sun, come il successivo Trailers, è tra le opere cinematografiche più importanti del nuovo millennio, tra quelle che in qualche modo hanno reinventato il concetto di film, codificando un linguaggio espressivo che trascende quello cinematografico. Ciò si concretizza soprattutto in Trailers, che è fondante di un cinema nuovo, inespresso fino a questo momento, che travalica ogni tipo di confine filmico, ma in misura relativamente minore si può affermare lo stesso di Ten Years, che, sebbene costituisca in un certo senso un tentativo di approdare a Trailers, è un’opera che mantiene rigorosamente una sua autonomia precostituita. Ten Years In The Sun, infatti, per quanto sia legato profondamente all’opera successiva, costituisce il punto d’inizio essenziale per cogliere appieno l’innovativo percorso cinematografico teorizzato da Rashidi, nel tentativo di far percepire il cinema in tutte le sue forme e di farne cogliere, così, la sua essenza più profonda.

Per la riuscita dell’intento, necessita di un’ampia cultura cinematografica che certamente Rashidi, da grande cinefilo qual è, possiede: la materia pregressa è la fonte inesorabile da cui attingere per plasmarne una nuova. Rashidi, non diversamente da un artigiano, attraverso un processo di selezione e trasformazione del materiale, trae dallo scibile la sostanza necessaria per dare vita ad un’opera visiva e uditiva di straordinaria efficacia che racchiude in sé una grande varietà di forme e generi: dallo sci-fi all’horror, dal grottesco al mystery e dall’erotico fino al pornografico, il tutto amalgamato con una grande inventiva sperimentale. Sperimentare la sperimentazione: in ciò si concretizza Ten Years In The Sun. Un sostrato cinematografico che illumina e trascina lo spettatore con la molteplicità di formule espressive che lo contraddistinguono.

Nonostante si manifesti attraverso una sostanziale rimozione e rottura di qualsiasi struttura narrativa tradizionale, la pellicola è in grado di suscitare reazioni ed emozioni e di stimolare lo spettatore grazie a una metodica giustapposizione di immagini, luci, suoni, ritmo e un grande montaggio sapientemente adoperati. Un’opera che, perciò, non può essere compresa (forse non bisogna comprenderla) senza un grande sforzo da parte del pubblico, il quale è invitato ad afferrarla con i sensi più che con la mente, in modo da poter sperimentare il film e, così, il cinema.

Il soggetto principale (o l’unico) di Ten Years In The Sun, infatti, è il cinema stesso che si palesa come un’entità escatologica che sovrasta e comprende ogni cosa: da globi planetari che lievitano sopra a paesaggi in continua mutazione, a individui enigmatici che si muovono su diversi piani spazio temporali in balia di un qualche oscuro disegno, fino a Rashidi stesso che nelle vesti di un ambiguo investigatore vaga per campi erbosi come alla ricerca di qualcosa o di qualcuno: potrebbe trattarsi del cinema a cui ha dato vita, o meglio, a cui si è ricongiunto grazie all’esperienza filmica di Ten Years In The Sun e a cui lo spettatore è chiamato a partecipare facendosi attrarre dal suo fascino perturbante.

Che cos’è il cinema? Sicuramente è rappresentato da Ten Years In The Sun, epifania cinematografica e sublimazione extrasensoriale ed extra-corporea, il cui apogeo si manifesta nella psichedelica sequenza finale dove un uomo completamente nudo è in atto di subire una trasfigurazione cosmica o cosmologica, (con)fondendosi così con quell’entità imperitura: il cinema.

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Voto: ★★★★☆

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